Rapa Nui ovvero l’Isola di Pasqua: una delle destinazioni più lontane ma anche più affascinanti del mondo. Una magia che si trova a metà strada tra la Polinesia francese e le spiagge del Cile. È la più isolata tra le terre abitate del globo e ci si può arrivare atterrando all’aeroporto internazionale di Mataveri, dove giunge e riparte un solo aereo al giorno.

Cosa vedere e fare sull'Isola di Pasqua? Ahu Tahai, Ranu Raraku, Orongo e molto altro. Scopri i migliori luoghi da vedere con una crociera Costa!

Ahu Tahai

Difficile immaginare un sito archeologico ricco di maggior fascino. Mette insieme la magia delle rovine archeologiche di assoluta importanza storica con un panorama di grande bellezza che si specchia direttamente sull’Oceano Pacifico. Abu Thai è il luogo più famoso della straordinaria Isola di Pasqua, uno dei più antichi insediamenti dell’isola i cui primi resti risalgono al 700 D.C.

Secondo la tradizione, Tahai fu l’ultimo luogo di residenza di Ngaara, ultimo ariki mau o sovrano di alto rango, che morì e fu sepolto sull’isola. Fa parte di un complesso cerimoniale che comprende anche Ahu Vai Uri e Ahu Ko Te Riku ed è stato completamente restaurato negli anni ’60. Troviamo le case, i recinti per il bestiame, luoghi cerimoniali, piattaforme e anche una rampa in pietra per il varo delle imbarcazioni. Sono state individuate diverse camere funerarie costruite per i capi della comunità, come alcune case a forma di barche rovesciate e utilizzate dagli anziani della comunità. È stato calcolato che circa 200 persone vivessero qui, anche se la maggior parte usava le grotte vicine e altri rifugi rocciosi.

Senza dubbio, la grande attrazione di Tahai è rappresentata dalle sue tre ahu (piattaforme cerimoniali) situate sulla piccola scogliera rocciosa che si erge sul mare. Gli altari spiccano su questo magnifico scenario. La piattaforma con il maggior numero di statue è l’Ahu Vai Uri il cui nome significa acqua scura o acqua verde. Risale al 1200 d.C. e i suoi cinque moai restaurati mostrano differenti stili di scultura.

Ahu Ko Te Riku è l’ultima piattaforma, situata più a nord. Qui sorge un unico moai di oltre 5 metri di altezza, interamente restaurato. Sulla testa ha un pukao, un blocco cilindrico scolpito nella pietra rossa del vulcano Puna Pau. Secondo le interpretazioni rappresenta un cappello o una crocchia per capelli. Altre statue che conservano il pukao originale sono quelle dell’Ahu Nau Nau, sulla bellissima spiaggia di Anakena, oltre a quello dell’Ahu Tongariki.

Qui è anche collocato il moai con gli occhi, fatti di corallo bianco e pupille. Si pensava che la statua potesse prendere vita proiettando il potere spirituale per proteggere la tribù. Ecco perché tutti i moai guardano verso l’interno dell’isola (come a Tahai dove si trovavano i villaggi e i loro abitanti) e non verso l’oceano. Fino al 1978 non si sapeva dell’esistenza degli occhi nelle statue. Ma negli scavi di Ahu Nau Nau ad Anakena ne fu ritrovato uno di corallo che oggi è esposto nel Museo Sebastian Englert. Probabilmente in passato gli occhi erano andati distrutti nel corso delle guerre tribali che finirono per demolire anche le statue.

Ahu Akivi

Per diversi motivi si tratta di un sito archeologico con caratteristiche decisamente singolari, a cominciare dagli accurati lavori di restauro (è stata la prima piattaforma ad essere restaurata, nel 1960). Si trova sul lato sud-ovest del vulcano Maunga Terevaka, il punto più alto dell’isola, dove si trova Ana Kakenga, la grotta delle due finestre. Il fatto che sia situato nell’entroterra è già significativo, visto che la maggior parte delle piattaforme cerimoniali è dislocata lungo la costa dell’isola. E questa è la più elaborata di tutte.

Si pensa che la sua costruzione sia cominciata verso la fine del XV secolo, una piattaforma rettangolare costruita su una superficie piana, con una rampa di 25 metri verso la piazza centrale. Sul retro, il crematorio che veniva utilizzato nelle cerimonie funebri. In una seconda fase la struttura fu integrata con un altro crematorio e sulla piattaforma centrale furono erette sette statue moai.

Su questo territorio abitava la tribù Miru, una delle più antiche. Erano probabilmente presenti qui 150 anni prima dell’arrivo degli europei. Le sette statue furono trasportate dalla cava del vulcano Ranu Raraku, a 15 chilometri, utilizzando un metodo rimasto sconosciuto. Sono statue abbastanza uniformi – a differenza delle altre – e sono le uniche a guardare verso il mare. In realtà guardano verso un’area dove sorgeva un villaggio, dunque svolgono come tutte la funzione di proteggere gli abitanti con l’influenza del loro potere mistico.

Anche l’Aku Akivi fu costruita seguendo un preciso orientamento astronomico, con una funzione di controllo di cambi di stagione e dei periodi più adatti alle varie attività agricole. Le facce dei moai guardano esattamente nel punto in cui il sole tramonta durante l’equinozio della primavera australe, 21 settembre, e alle spalle hanno il sole dell’alba durante l’equinozio d’autunno il 21 marzo.  Sembra che le sette statue sono dedicate ai sette giovani che esplorarono l’isola prima della colonizzazione da parte del re Hotu Matu’a. In realtà le statue sono state collocate in un periodo più tardivo, dopo il 1440 e dunque la leggenda non trova conferme temporali.

Ranu Raraku

Il vulcano Ranu Raraku si trova a 20 chilometri a nord-ovest di Hanga Roa, vicino alla baia di Hanga Nui. La sua conformazione assolutamente unica lo rende un luogo di grande bellezza. Un tempo si chiamava Maunga Eo, “la collina profumata” perché qui cresceva una pianta aromatica il cui odore permeava l’intera area. Una leggenda infatti racconta di due spiriti femminili attratti dal profumo intenso del luogo.  Il nome attuale deriva dalla parola Rano che in lingua Rapanui fa riferimento a vulcani che hanno una laguna interna. Raraku invece si riferisce ai grandi solchi sulla parete sud della montagna o forse a un vecchio leggendario personaggio della tradizione.

Il vulcano si è formato 300 mila anni fa, ha un’altezza di 160 metri e il cratere ha una forma ellittica il cui diametro maggiore misura 700 metri. Al suo interno ospita una laguna di acqua dolce. Qui i moai furono scolpiti e poi portati negli ahu, le piattaforme cerimoniali, lungo l’intera costa. Dozzine di teste di pietra che spiccano nel panorama davanti a strane figure ritagliate sulla superficie rocciosa della montagna.

Sono statue presenti ovunque. Tra le figure che riposano ai piedi del vulcano e quelle che rimangono sul pendo esterno, sono stati contati in totale 397 moai. Questa è l’area dell’isola dove è concentrato il maggior numero di statue. Il silenzio che ora domina nella cava provoca un sentimento di rispetto e venerazione tipico di un luogo sacro.

Ma un tempo era un luogo di lavoro continuo. Si calcola che il lavoro di scultura delle statue di Rano Raraku sia durato oltre 500 anni a partire dal 1000 dopo Cristo fino a metà del XVIII secolo. Un periodo di abbondanza e ricchezza per la popolazione dell’isola. Come terminò? Tra le ipotesi anche un terremoto, ma è probabile che il lavoro si sia fermato gradualmente. 

Ahu Tongariki

L’immagine di questo luogo è da cartolina. L’imponente Ahu Tongariki con l’Oceano alle spalle è una delle più diffuse, simbolo della magia di Rapa Nui. Si trova all’estremità orientale della costa meridionale dell’Isola di Pasqua, vicino al vulcano Poike, il più antico dell’isola. Alla sua sommità il cratere è coperto da una piccola foresta di eucalipti, in basso le rocce formano la baia di Hanga Nui. Sullo sfondo vediamo l’isolotto Motu Maratiri che in passato durante i conflitti tribali ospitava molte persone.

Storie mitologiche, guerre tra clan e insediamenti di tribù nella storia di questo luogo. Tongariki era probabilmente il centro sociopolitico e religioso di Hotu Iti, uno dei due grandi clan che raggruppavano le tribù della zona orientale dell’isola. Ahu Tongariki è la più estesa struttura cerimoniale costruita sull’isola di Pasqua e il monumento megalitico più importante di tutta la Polinesia. Rappresenta l’eccellenza delle costruzioni sacre chiamate ahu-moai che si svilupparono a Rapa Nui per oltre 500 anni. Il luogo fu utilizzato come un cimitero dopo la conversione degli abitanti al cattolicesimo nella seconda metà del XIX secolo.

La notte del 22 maggio 1960 tutto cambiò con uno dei più grandi terremoti della storia con uno tsunami che raggiunse anche l’Isola di Pasqua lasciando dietro di sé un paesaggio apocalittico. Una devastazione che ha causato la perdita di alcuni resti preziosi. Pochi mesi dopo, i sette moai di Ahu Akivi furono rimessi in piedi. Dopo il restauro, oggi questa meraviglia può essere ammirata come forse appariva nel momento di massimo splendore. Quindici giganti che osservano i visitatori che rimangono a bocca aperta. 

Orongo

Il villaggio cerimoniale di Orongo è uno dei siti più spettacolari dell’isola. Qui si svolgeva un antico rituale che ancora ispira le rappresentazioni del festival Tapati Rapa Nui. Si trova a sud del vulcano Rano Kau nella striscia che separa il cratere sulla laguna e la scogliera che scende sul mare. Il villaggio era abitato dai capi delle tribù. Le prime case in pietra di Orongo sembrano costruite attorno al 1400, attorno al luogo che ospitava il cerimoniale Tangata Manu sorsero 54 case allineate sul bordo del cratere, formando tre insiemi indipendenti di fronte al mare. Sono state spesso saccheggiate ricostruite durante le diverse spedizioni dei conquistatori europei.

All’interno di alcune case sono stati trovati interessanti dipinti relativi alla cerimonia degli uccelli-uomo. Sono stati usati i colori del rosso, bianco e nero, la figura ricorrente è quella del Tangata Manu o, appunto, uomo-uccello. Oppure anche la figura dell’Ao con volti umani schematici e la maschera del dio Make Make con grandi orbite. Interessante anche la riproduzione dei velieri europei, simili a quelli della grotta di Ana Kai Tangata. Probabilmente i locali consideravano i visitatori venuti da oltreoceano messaggeri dell’aldilà che arrivavano e scomparivano come uccelli migratori.

Molte di queste lastre furono saccheggiate e sono ora esposte nei musei di tutto il mondo. Uno degli elementi più impressionanti del villaggio è un moai di basalto chiamato Hoa Hakananai’a, il “frangiflutti”. Fu prelevato dalla corazzata inglese Topaze nel 1968 e da allora è esposto al British Museum di Londra ed è per questo conosciuto anche con il nome di “l’amico rubato”. Altra curiosità: le rocce intorno al villaggio sono coperte da oltre 1700 petroglifi, esempio di arte rupestre. Tutte le pietre sono ricoperte di incisioni e il tema principale è una testa di uccello con un lungo becco.

Ranu Kao

È il vulcano più grande dell’isola e uno degli scenari naturali più suggestivi. Il silenzio è interrotto solo da vento o dal suono delle onde e dai versi degli uccelli marini. La sua formazione è dovuta a numerosi flussi di lava basaltica, originata circa 2,5 milioni di anni fa. La parola Rano (o Ranu) designa quei vulcani che all’interno hanno immagazzinato acqua come il Ranu Raraku o Ranu Aroi. La parola Kau sta per abbondanza di acqua. Ed è esattamente la descrizione di questo straordinario fenomeno della natura.

Si è formata una grande lacuna coperta in larga misura da isole galleggianti di canne di totora dello spessore di un metro. Fino a pochi decenni fa era una delle fonti principali di acqua per l’isola. L’interno del cratere costituisce una grande serra naturale che genera un microclima favorevole per lo sviluppo e la coltivazione di molte specie vegetali endemiche. All’interno e all’esterno del cratere sono state trovate grotte, disegni, fondamenta di case e anche resti di ahu o piattaforme sacre.  

Vinapu

Così è conosciuta la zona costiera sud-occidentale di Rapa Nui: Vinapu. Conserva due piattaforme ahu, quella di Vinapu appunto e Ahi Tahira, entrambe con statue moai e topknot del periodo più recente. Ahu Tahira rappresenta il miglior esempio di ingegneria rocciosa sull’isola, dove i blocchi di pietra sono stati modellati e poi portati sul posto invece che essere adattati alla forma naturale delle rocce. Questo alto livello di intaglio delle rocce ad Ahu Tahira fa capire che non si tratta di realizzazioni concepite a Rapa Nui o in Polinesia. L’opzione più probabile porta allora agli Incas, famosi per essere stati maestri di costruzione sulle pareti rocciose. Ci sono leggende che fanno riferimento all’arrivo di queste popolazioni. 

Penisola Poike

Famosa per le sue gigantesche statue in pietra (oltre 600) e per le rovine di gigantesche piattaforme costruite in tre distinti periodi culturali. Risalgono ai primi due periodi Tahai e Vinapu, ammirati e descritti dal capitano inglese Cook. Il muro di Anakena invece è rimasto nascosto fino al 1987. I blocchi usati per realizzare le statue furono probabilmente sollevati e trasportati da centinaia di uomini, come dimostrato da un esperimento condotto una trentina di anni fa. Sono presenti numerosi busti che si differenziano dallo stile di altre statue. La distruzione sarebbe iniziata, secondo la tradizione, dopo le lotte tra due popoli di diversa cultura e lingua: le orecchie lunghe e le orecchie corte.

Maunga Terevaka

Ecco il punto più alto dell’isola, 511 metri di altezza che offrono una vista panoramica a 360 gradi sull’isola circondata dall’immensità dell’Oceano Pacifico. In passato, sui pendii ondulati del vulcano esisteva una vasta vegetazione e anche una vasta popolazione. Terevaka doveva essere un luogo importante per gli antichi nativi se si considerano i tanti centri cerimoniali ritrovati. Qui probabilmente venivano elaborate le canoe utilizzate per navigare

Spiaggia di Anakena e Ovahe

Secondo la leggenda su questa costa a est – e su quella che è la spiaggia più grande dell’isola - sbarcarono i primi naviganti arrivati dalla Polinesia. Per arrivarci bisogna percorrere una stradina lungo la collina piena di palme. Sabbia finissima e chiara che in alcuni momenti delle diverse stagioni assume una colorazione rosa. Onde sempre dolci, acqua favorevole per le immersioni. Non mancano neppure gli altari con i moai. Tutta la baia di Anakena ha grande importanza dal punto di vista storico. Sono stati ritrovati insediamenti, ossa di delfino, antichi ami, resti di testuggini e – vicino all’altare – gli occhi dei moai in corallo e ossidiana.

La piccola spiaggia di Ovahe si trova sotto una scogliera che ospita una piccola grotta. Anche qui le acque sono ricche di vita sottomarina, coralli e pesci. Qui inoltre l’Oceano è più aperto rispetto ad Anakena, sono presenti correnti pericolose e anche piccoli squali: meglio non allontanarsi dalla costa.

Immersioni a Motu Nui

L’assenza di plancton e la sostanziale mancanza di contaminazione rendono questo ambiente particolarmente adatto alle immersioni e allo snorkeling. Le acque sono limpide e trasparenti e la temperatura che oscilla tra i 18 e i 26 gradi rende questa esperienza indimenticabile. Non ci sono grandi barriere coralline ma le poche specie di coralli hanno dimensioni spettacolari, come il porites lobata che cresce fino a 5 metri di diametro. A Motu Nui, come ad Hanga Roa Bay, è possibile immergersi a diverse profondità e apprezzare al meglio la visibilità dell’acqua.

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Inutile aggiungere altre parole: Rapa Nui trasmette talmente tanta magia che un viaggio qui rappresenta un’esperienza realmente senza paragoni. E allora, forza, a bordo con noi.

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